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Fede Galizia. Molteplici versioni della "Giuditta e Oloferne"

2021-09-24 16:00

Federica Pagliarini

Focus su singole opere, Fede Galizia, Giuditta, Oloferne,

Fede Galizia. Molteplici versioni della "Giuditta e Oloferne"

Dopo innumerevoli mostre su Artemisia Gentileschi (per carità nulla contro di lei), ha finalmente aperto i battenti a Trento, al Castello del Buoncons

Dopo innumerevoli mostre su Artemisia Gentileschi (per carità nulla contro di lei), ha finalmente aperto i battenti a Trento, al Castello del Buonconsiglio, l’esposizione dedicata a Fede Galizia.

Nell’epoca in cui ha vissuto Artemisia (ma anche prima), sono state tante le donne che si sono cimentate nella pittura. Fede Galizia è una di queste. È trentina, vissuta (e forse anche morta) a Milano, di origini cremonesi. Le sue opere riuscirono a raggiungere anche la corte  di Rodolfo II d’Asburgo, grazie anche all’intermediazione di Giuseppe Arcimboldo.

Uno dei soggetti maggiormente trattati da Fede è stato quello di Giuditta con la testa di Oloferne. Conosciamo più di sei versioni. In tutte Giuditta è in piedi, ritratta a mezzo busto e indossa delle vesti riccamente abbigliate. Con la mano sinistra regge la testa del generale Oloferne, poggiata su un bacile, tenuto dalla serva Abra.  L’esempio più antico risale al 1596. Ogni composizione presenta delle varianti, negli accessori, nell’inquadratura o nei colori.

La prima ad essere nota è quella oggi conservata alla Galleria Borghese di Roma e sarà infatti la prima ad essere esposta in una mostra, quella di Zurigo del 1958, dedicata alle donne pittrici.

Nel 1972 venne alla luce la “Giuditta” di Sarasota. Una versione più piccola è oggi conservata alla Fondazione Giulini Giannotti a Milano. Abbiamo poi una versione bresciana e una in collezione privata trentina. Ma la più bella è quella che è stata posseduta da Elisabetta Farnese e ora custodita nella Granja de San Idelfonso.

Il fatto che Fede Galizia replicasse i soggetti più fortunati è dovuto a un atteggiamento tipico delle botteghe artigiane, dove si capitalizzavano le invenzioni per non ripensare nuovi soggetti.

È impossibile che passino inosservati le magnifiche vesti ingioiellate indossate da Giuditta. Il padre di Fede era un miniatore. Il dettaglio e la preziosità lo ha ereditato da lui. Ma nulla vieta di pensare che questi tipi di abiti circolassero nella bottega dei Galizia.

Il contrasto tra la bellezza di Giuditta e la bruttezza della serva, è un motivo leonardesco: la contrapposizione tra giovane-bella e vecchia-grottesca.

 

VERSIONE DI SARASOTA

Il dipinto è firmato e datato 1596 sulla lama della spada. È appartenuto fino al 1969 alla coppia di coniugi ebrei Jacob ed Eva Polak. I due erano scappati dai nazisti per giungere negli Stati Uniti, a Sarasota, nel 1953 con una cospicua collezione d’arte (in parte, purtroppo, trafugata dai tedeschi) che comprendeva, in larga parte, opere fiamminghe e olandesi.

Appena la Giuditta e Oloferne entra nel John and Mable Museum of Art nel 1969, viene sottoposta a un importante restauro, per poi giungere alla mostra dedicata a soggetti femminili Woman as Heroine del Worcester Museum of Art, nel 1972. Il quadro di Fede è l’unico esposto in mostra realizzato da una donna.

Inizialmente si pensava che la Giuditta fosse un autoritratto della pittrice, ma la cosa è stata poi smentita.

Non sappiamo per chi fosse realizzata l’opera, sicuramente è però di destinazione privata.

Se siete stati bene attenti c’è stata una contaminazione iconografica. La testa di Oloferne è posta in un bacile e non dentro un sacco. Galizia ha quindi ripreso l’iconografia della “Salomè con la testa del Battista”. Il soggetto di Giuditta è però facilmente riconoscibile. La donna ha in mano la spada con cui ha tagliato la testa del generale assiro. Inoltre dietro di lei c’è la serva.

Fede Galizia sceglie di rappresentare il momento successivo all’uccisione. Non vediamo tensione nei volti della due donne. Al contrario sembrano impassibili di fronte al gesto compiuto. Il volto di Giuditta è trionfante e contemplativo allo stesso tempo. Caravaggio, quasi nello stesso periodo, sceglierà invece di dipingere il momento cruento del taglio della testa, in cui il dinamismo la fa da padrone.

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VERSIONE DELLA GALLERIA BORGHESE

Il dipinto è stato riconosciuto come quello facente parte della collezione d’arte del cardinale Antonio Maria Salviati. Veniva menzionato infatti nell’inventario del 18 ottobre 1612.

Il cardinale è morto nel 1602 e dato che il quadro è datato 1601, significa che entrò in possesso dello stesso solamente negli ultimi anni di vita.

La “Giuditta” compare nell’appartamento del principe di Rossano, Giovanni Battista Borghese, nel 1693, nell’anticamera verso il giardino del Palazzo Borghese in Campo Marzio. Il dipinto però è stato creduto di Lavinia Fontana fino a quando, nel 1891, non ha subito un intervento di restauro. In questo frangente spuntano fuori la firma di Fede Galizia e a la data di esecuzione. Al tempo però, si conosceva ancora molto poco questa pittrice.

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VERSIONE DI SAN ILDEFONSO, PALACIO REAL DE GRANJA DE SAN ILDEFONSO

Questo dipinto è appartenuto a Elisabetta Farnese che, nel 1714, sposa Filippo V, il primo Borbone sul trono di Spagna. La prima menzione che si ha dell’opera è nell’inventario di Filippo V del 1746. Non viene specificato l’autore, ma si dice che fosse un “pendant” di un San Pietro probabilmente del Guercino.

Nel 1746 il quadro si trova già nel Palacio Real de la Granja de San Ildefonso, vicino Segovia, dove è ancora oggi. Qui Elisabetta Farnese e il marito Carlo V raccolgono tantissimi dipinti. Per anni si è ipotizzato che il dipinto fosse una copia di un originale perduto, ma non tutti gli studiosi sono concordi su questo.

Presenta delle piccole varianti rispetto alle altre versioni: l’orlo del velo che cala dalla testa, l’ornamento della spallina dell’abito e la forma del fermaglio.


VERSIONE DI PALAZZO REALE, TORINO

Questo dipinto è citato per la prima volta e attribuito a Fede Galizia nel 1635, nell’inventario sabaudo redatto dal pittore Antonio Mariani Della Cornia, che si trovava in visita alla corte ducale.

Confrontando questo quadro con le altre versioni, si nota un maggiore uso dei gioielli. Qui la Giuditta non indossa la perla a goccia della collana (presente solo nella versione di Sarasota), ma ha un doppio orecchino con una gemma marina (uguale alla versione spagnola). Inoltre la donna indossa due anelli. La tenda inoltre non è rossa, ma tende molto di più al viola scuro. La stessa cosa è presente della versione appartenuta a Elisabetta Farnese. La cronologia dei due dipinti è quindi vicina.


E voi conoscevate tutte queste versioni? Ne avete vista qualcuna in giro per musei o mostre temporanee? Fatemelo sapere nei commenti!





Photo credit: sito ufficila edella Galleria Borghese e Wikipedia

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