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Ettore e Andromaca, i tragici amanti Dall’Iliade all’opera di Giorgio de Chirico

2020-11-09 12:30

Federica Pagliarini

Archeologia,

Ettore e Andromaca, i tragici amanti Dall’Iliade all’opera di Giorgio de Chirico

“Tu, Ettore, tu mi sei padre e madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui sulla torre, non fare del figlio un orfa

“Tu, Ettore, tu mi sei padre e madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui sulla torre, non fare del figlio un orfano, di me una vedova […]”

“Donna, so anch’io tutto questo; ma terribile è la vergogna che provo davanti ai Troiani, alle Troiane dai lunghi pepli se, come un vile, mi tengo lontano dalla battaglia; me lo impedisce il mio cuore, perché ho imparato ad essere forte, sempre, e a combattere con i Troiani in prima fila, per la gloria di mio padre e per la mia gloria. […] Io penso a te, a quando qualcuno degli Achei vestiti di bronzo ti priverà della tua libertà e ti trascinerà via in lacrime […]. Ma possa io morire, possa ricoprirmi la terra prima che ti sappia trascinata in schiavitù, prima che debba udire le tue grida.”

(Iliade, Omero)

 

Con queste amare e strazianti parole nel libro VI culmina l’addio tra Ettore e Andromaca, gli sposi sfortunati della guerra di Troia.

Ettore è “colui che resiste”, il difensore di Troia e della sua famiglia, il primogenito di Priamo, figlio di Priamo e Ecuba: è l’antagonista per eccellenza di Achille, colui che tra le schiere nemiche fa tremare i Troiani.

È un guerriero terribile e valoroso, anche se spesso indietreggia, non è come Achille che combatte esclusivamente per la gloria e sembra non avere nulla da perdere, specie dopo l’uccisione dell’amato Patroclo. Ettore aborrisce questa “odiosa battaglia”, non la vorrebbe, odia il fratello Paride per averla messa in moto, lo esorta almeno a contribuire e a scendere in campo, ma non può fare a meno di amarlo e difenderlo: egli ha tutto da perdere, combatte per la famiglia e la patria, ma combatte soprattutto per la moglie Andromaca e per il figlioletto Scamandrio, soprannominato Astianatte, “difensore della città”.

Per questo a volte arretra in battaglia, a volte dà prova di vigliaccheria, non vuole lasciare sola la sua piccola famiglia. Intenso è il suo rapporto con Andromaca, la moglie fedele e forte che gli sta sempre vicino, gli indica addirittura il punto debole delle mura di Troia, è sempre un sostegno per lui…eppure lei, figlia di Eezione, re di Tebe, ha perso tanto, ha visto scendere nell’Ade il padre, la madre e i sette fratelli, vittime del feroce Achille!

E non vuole perdere anche Ettore, ma il suo destino è questo, rimanere da sola, vedere morire il marito e in seguito, caduta Troia, anche il figlioletto, finendo per diventare bottino e concubina proprio di Neottolemo, figlio di quell’Achille che le aveva portato via tutto.

Andromaca è un’eroina vitale e meravigliosa e il saldo rapporto col marito, nell’Iliade, si vede in tutta la sua forza nel dialogo tra i due che precede il duello mortale di Achille ed Ettore: Ettore ha ucciso Patroclo che indossava le armi di Achille e Achille che fino a quel momento si era ritirato dal campo di battaglia è deciso a vendicarsi. Ettore sa che morirà ma non può sfuggire al suo destino, Andromaca vorrebbe che il marito non andasse a morire ma è consapevole che lo farà e, a duello finito, correrà per cercare di vedere un’ultima volta l’amato ancora in vita.

La loro è una storia straziante, Ettore esprime tutto il suo amore per lei, più importante delle sorti di Troia, della sua famiglia e della sua stessa vita ma non si può combattere il Fato.

L’arte naturalmente ha indagato a fondo il rapporto tra i due sfortunati sposi, nel corso dei secoli li ha rappresentati, nelle ceramiche si possono ammirare insieme al figlioletto, una piccola famiglia unita e meravigliosa destinata ad essere divisa crudelmente dalla guerra e dalla morte. Del loro fascino risente persino il pittore metafisico Giorgio de Chirico che nel 1917 sceglie di dipingere i due nel momento più tragico delle loro vite, quello appena descritto, quello che nel poema omerico li vede protagonisti: è l’addio presso le porte Scee, l’ultimo abbraccio prima della fine, prima che Ettore indossi le armi e si avvii alla morte, il tutto reinterpretato non in chiave realistica, ma metafisica, fermato nel tempo.

Oggi a Roma, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, i due vengono raffigurati come manichini, quelli usati dalle sarte, privi di vita, e rappresentano l’uomo-automa contemporaneo: non c’è vita nelle figure, nonostante la precisione con cui vengono tracciati i manichini, non c’è realismo. I manichini dei due sposi sono immersi in una dimensione senza tempo e senza spazio, sono assoggettati al fato, sono privi degli arti superiori, non possono neanche darsi un ultimo abbraccio, sono senza vita ma sono al contempo come gli esseri umani, fatti di carne, desiderosi di affetto e di un contatto impossibile da avere. Anche se manichini Ettore e Andromaca riescono comunque a trasmettere amore, il forte sentimento che li lega e li terrà uniti anche dopo la morte.

I colori vivaci e irreali dell’artista donano alla scena un’atmosfera sospesa e da sogno ma quello che i due protagonisti mostrano è reale, accade anche a noi: siamo manichini sballottati dal destino che però vogliono amore, anche se spesso non sono capaci di mostrarlo.

 

“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!

nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;

ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,

sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato”

 

Di Silvia Urtone

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